Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937), un altro degli autori che ha influenzato moltissimo la mia vita e le mie passioni future fin da piccolo.

Non ha bisogno di molte presentazioni perché in qualche modo tutti prima o poi, anche inconsapevolmente, che sia per un libro, per un film, un videogioco o altro, sono entrati in contatto con le sue opere fanta-horror e spesso di genere non ben definibile, fosse anche solo per il pupazzetto di Cthulhu che tempo fa (ma anche adesso) andava molto di moda.
Personalmente tendo sempre a giudicare prima le opere e in seguito coloro che le hanno create, forse per paura del famoso detto “meglio non conoscere mai i propri eroi”, questo perché scoprire che sono/erano, solo esseri umani come noi, alle volte pure delle brutte persone, porta via quell’alone di mistero e romanticismo che gli avevamo creato intorno.
Lovecraft non era una brutta persona; tuttavia, è stato molto sfortunato nella sua vita e, come accade spesso ai geni incompresi, le sue opere hanno avuto il meritato riconoscimento solamente dopo la sua morte.
Ha passato la sua vita fin dall’infanzia con continui esaurimenti nervosi, pare per colpa della madre troppo possessiva, ha sempre avuto problemi economici e non è mai riuscito in vita a pubblicare le sue opere se non a fatica.
Se aggiungiamo poi agli esaurimenti nervosi anche dei problemi piuttosto gravi di socializzazione e il tumore che lo uccise, abbiamo la conferma della vita sfortunata di cui sopra.
Da piccolo ero un grande appassionato di horror/thriller, avevo letto molti libri di Stephen King e mi ero avvicinato a Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – 7 ottobre 1849) anche se quest’ultimo, che tra l’altro ha influenzato gli scritti di Lovecraft, non mi ha mai fatto impazzire più di tanto (perdonami caro Edgar!).

Nel 1994 uscì in edicola una collana chiamata “Il Fantastico Economico Classico” (Compagnia del Fantastico / Gruppo Newton), era una miniera di libri meravigliosi al prezzo incredibile di 1.000,00 lire (lire si, non euro!), una manna dal cielo per gli appassionati come me, attendevo sempre con ansia l’uscita di ogni volumetto.
Il numero 4 era “Le montagne della follia” di H.P. Lovecraft (At the mountains of madness – 1931), non ricordo se a quel tempo già lo conoscevo almeno di nome.

In realtà probabilmente lo avevo già sentito nominare a causa di un videogioco molto famoso nei primi anni ’90, “Alone in the Dark” (Infogrames-1992), ispirato dalle sue opere, tuttavia, non avevo mai letto niente di lui.

Come forse avrete capito quindi, “Le montagne della follia” è stato il suo primo racconto che ho letto, che esperienza incredibile, un tripudio di tutto ciò che amavo e amo ancora leggere, sembrava quasi che lo avesse scritto per me, non riuscivo a smettere e mi chiedevo come mai non fossi a conoscenza di uno scrittore simile.
Preso dalla “follia” di conoscere i suoi lavori, mi procurai un altro libriccino, non ricordo bene che edizione o che casa editrice, che trovai per caso in libreria, contenente altri suoi racconti, fra cui uno molto breve, “Polaris” (1918).
Ancora oggi ogni tanto mi soffermo a recitare l’inizio della filastrocca, “Dormi guardiano, dormi di fila, per lunghi anni ventiseimila”, con la quale la Stella Polare si rivolge al protagonista, breve ma intenso, il racconto, oltre ad essere bellissimo, testimonia la passione dell’autore per l’astronomia.
Ho poi scoperto l’esistenza dell’edizione contenente tutti i suoi racconti edita da Mondadori fra il 1989 e il 1992, inutile dire che la presi immediatamente e da lì si aprì per me un mondo di meraviglie, tremende certo, spaventose, ma bellissime.
Chiaramente non potevano mancare anche il libro con i suoi appunti, spesso visioni sconclusionate derivate dai suoi incubi che lui annotava sempre e naturalmente la raccolta delle sue lettere.



Dopo aver scoperto Lovecraft, ogni altro scrittore simile mi sembrava uno scolaretto alla prime armi, smisi anche di leggere Stephen King perché non mi sapeva più di niente, molti quando lo racconto non ci credono ma Lovecraft per me era (è lo è anche adesso) talmente tanti livelli sopra a tutti che il resto sembrava insipido.
Con il tempo ho ricominciato ad apprezzare altri autori simili a lui, anche perché molti lo hanno ispirato, l’effetto iniziale fu però devastante.
Parlando di ispirazioni, doveroso menzionare Arthur Machen, pseudonimo di Arthur Llewelyn Jones (Caerleon-on-Usk, 3 marzo 1863 – Beaconsfield, 15 dicembre 1947), le sue opere, dove spesso è presente una malvagità sconosciuta e antica, sono una delle fonti da cui Lovecraft prese spunto per l’invenzione dei Grandi Antichi, divinità ancestrali estremamente potenti, fra le quali la più famosa è Cthulhu.
Su di loro scrisse tutta una serie di racconti che sono generalmente conosciuti sotto il nome (non deciso dall’autore però) di “Ciclo di Cthulhu”, uno dei miei preferiti è “L’ombra calata dal tempo” (The Shadow Out of Time – 1934/1935).
Il più famoso e iconico è però “Il richiamo di Cthulhu” (The Call of Cthulhu – 1926).
È mia convinzione che si sia ispirato anche alla bibbia, più precisamente all’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse di Giovanni (o Libro della Rivelazione) scritto da Giovanni Evangelista alla fine del I secolo d.C., in quanto la bestia del mare ivi presente è molto simile a Cthulhu (vedi qui).
Non ho mai trovato prove a sostegno di questa supposizione in quanto Lovecraft era ateo convinto e dichiarato e non mi risulta abbia mai fatto alcun accenno alla cosa.


Dai miti di Cthulhu deriva anche l’altra invenzione altrettanto famosa del nostro H.P., il “Necronomicon”, in arabo “Al Azif”, scritto dal poeta yemenita pazzo Abdul Alhazred nell’VIII secolo d.C., questo libro conterrebbe un racconto sui Grandi Antichi e le formule per evocarli.
Sebbene lo avesse già menzionato anni prima ne “Il cane” (The Hound – 1922), nel 1927 scrisse un breve saggio intitolato “Storia del Necronomicon” (History of the Necronomicon) nel quale sosteneva che questo libro era reale e alcune copie si trovassero in archivi segreti in varie parti del mondo.
Fu talmente credibile che molte persone ritennero che esistesse davvero, dando origine a una serie di ricerche, pubblicazioni e altro che ancora oggi proseguono alimentando il mito.
Tutto questo nonostante, a partire dagli anni ’30, lo stesso Lovecraft abbia ammesso che il libro fosse una sua invenzione in diverse lettere a suoi conoscenti, pur non avendolo mai fatto pubblicamente.

Come accennato all’inizio, le sue opere hanno dato vita a una serie infinita di cose ad esse ispirate, videogiochi, film, giochi di ruolo, giochi in scatola e merchandising vario.
Parlando di videogiochi, oltre al già citato “Alone in the Dark”, non posso non menzionare anche il bellissimo “The Sercret World”, un gioco online di Funcom/Electronic Arts del 2012, che, sebbene oggi abbia perso molto del suo fascino iniziale, a suo tempo era assolutamente fantastico con tantissimi elementi puramente lovecraftiani.

Potrei scrivere ancora fiumi di parole ma non voglio tediarvi troppo, concludo qui augurandovi una buona permanenza nel fantastico mondo di H.P. Lovecraft.
Mi raccomando, se mai vi capitasse di trovarvi da soli da qualche parte al buio, state attenti se notate qualcosa di strano dietro un angolo o una porta socchiusa, oppure sentite dei sussurri o fruscii nelle pareti.
Se proprio volete indagare, assicuratevi di avere grande forza di volontà e ripassate bene la vostra copia del Necronomicon.
In copertina: H.P. Lovecraft circondato dalle creature che ha creato – opera personale di Dominique Signoret – da Wikimedia Commons
