Ho già detto altre volte che la storia antica è la mia passione, soprattutto quella romana; tuttavia, il mio primo amore è stato l’antico Egitto, non che adesso non sia più interessato, ammetto però di averlo trascurato negli ultimi anni.
Da piccolo, la prima volta che vidi le piramidi su un libro (purtroppo non ho avuto ancora occasione di vederle dal vivo), fu amore a prima vista, quelle mastodontiche costruzioni tirate su dagli alieni in pochissimo tempo…

…sto scherzando, cosa stavo dicendo, ah si, le piramidi, costruite migliaia di anni fa (circa 4.500) da altrettante migliaia di operai (non schiavi) che hanno lavorato duramente per rendere eterna la gloria dei faraoni, ma soprattutto di un popolo, hanno sempre avuto un fascino incredibile su di me e su molti come me.
Inutile dire che sognavo anche di fare egittologia, questa però è un’altra storia, non così antica e non rilevante al momento.
I geroglifici sono incredibili, una scrittura così bella ed elegante che ha letteralmente lasciato il segno su gran parte dei monumenti antichi, dei papiri e dei reperti, arrivati fino a noi.
Una scrittura sconosciuta fino alla scoperta della stele di Rosetta (contenente un decreto dei sacerdoti di Menfi del 196 a.C. in onore del giovane sovrano Tolomeo V), ritrovamento fortuito di un soldato di Napoleone nel 1799 che, grazie al fatto di essere scritta in 3 lingue diverse, geroglifico, demotico e greco antico, permise all’archeologo Jean-François Champollion di tradurla e comprenderla.

Qualche annetto dopo ha permesso anche a me di impararla con grande soddisfazione, un sogno che si è avverato, adesso sono molto arrugginito ma potrei anche decidermi a fare un ripassino.
Che bello leggere e riconoscere i cartigli dei faraoni più famosi, individuare i simboli più noti che per me avevano sempre avuto un’attrazione quasi magnetica.
Qualche anno fa, durante la visita al museo di Torino, sono quasi impazzito dalla gioia, vista la quantità di reperti ivi contenuti.

da Wikimedia Commons
Come dimenticare tutto quello che l’antico Egitto ha portato al cinema, alla letteratura e al fantasy, tutte le varie edizioni del film “La Mummia”, il primo è stato “The Mummy” del 1932, diretto da Karl Freund con l’intramontabile Boris Karloff nei panni di Imhotep.
Per i romanzi doveroso citare la serie di 8 volumi scritta da Wilbur Smith, il primo dei quali, “Il Dio del fiume” del 1993, edito da Longanesi, è ancora nell’olimpo dei miei libri preferiti.
Per i giochi di ruolo iconica l’espansione di “Sine Requie – Il regno di Osiride”, che riporta i faraoni nel nostro mondo in una nuova terribile veste.



Lasciamo i prodotti derivati per tornare alla storia antica, non sono certo mancate le produzioni letterarie di ogni tipo, dai testi religiosi (il famosissimo “Libro dei Morti”) a opere di ogni tipo, funerarie, magiche, scolastiche, autobiografiche, ecc.…
Per approfondire questo vasto e meraviglioso mondo esiste un’opera fondamentale, mastodontica e indispensabile della compianta egittologa Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, edita da Einaudi, sia in edizione “di lusso” che economica, quest’ultima, più recente, contiene anche una revisione delle traduzioni.

Arrivati a questo punto qualcuno si sarà forse chiesto chi sia la signorina Isetenakhebit il cui nome compare nel titolo, vi dico subito che non è una guida turistica e che purtroppo la sua storia non ha un lieto fine; tuttavia, è rimasta immortale nei secoli, tema questo tra l’altro molto caro agli antichi egizi.
Ho conosciuto Isetenakhebit (o Nesenakhebit nella prima traduzione), durante la lettura del libro di cui sopra quando ero molto giovane, mi ha colpito profondamente il breve testo che ne parla così come la sua breve vita, dalla prima volta che ho letto quelle poche righe lei mi ha sempre accompagnato.
Come forse avrete capito, il testo in questione è un epitaffio rinvenuto su una stele di età presumibilmente tolemaica (quindi dal 332 al 30 a.C.), conservata nel museo di Leida nei Paesi Bassi.
Isetenakhebit è una bambina strappata alla vita molto giovane (la madre la stava ancora allattando), l’epitaffio è commovente in maniera assoluta, il periodo in cui è scritto vedeva la morte come una forza spietata e nemica di cui non resta che affermare il potere invincibile.
In prima persona, la bimba racconta ciò che le è successo, prova tristezza e paura a trovarsi sola nella città dei morti:
“Gli spiriti morti di questa sala scacciano chiunque da me, mentre io ancor non sono nell’età della solitudine.”
Parla della sua voglia di vivere e del fatto che amava stare con le persone:
“Allora era contento il mio cuore, quando vedeva molta gente, poiché io amavo la gioia.”
Il rigo finale mette il punto e riassume perfettamente il significato di quanto scritto, ancora oggi mi vengono i brividi dall’emozione che suscita:
“Perché io sono una bimba innocente.”
Si capisce che non è un testo moderno, ma se estrapoliamo alcune frasi come quelle sopra, ecco che pur avendo almeno 2.300 anni, ci rendiamo conto di quanto è attuale (vale per molte opere antiche, non solo egiziane), perché il dolore e la tristezza per una perdita, per una vita spezzata, sono sempre uguali attraverso i secoli.
Chi mi conosce sa che spesso non indugio su cose drammatiche, dico sempre che la vita è già complicata di suo e che il tempo libero che abbiamo è meglio passarlo in allegria, c’è sempre però l’eccezione che conferma la regola, la piccola Isetenakhebit è una di quelle, mi piace pensare che ricordandola e portandola con me nella mia vita, possa sentirsi meno sola.
In copertina: La grande Sfinge e le piramidi di Giza, David Roberts 17 Luglio 1839, di David Roberts – da Wikimedia Commons
Bibliografia:
“Letteratura e poesia dell’Antico Egitto” di Edda Bresciani – Einaudi, Torino 1969
