I miei venticinque lettori si ricorderanno la promessa (o minaccia, ma quello dipende dai punti di vista), sul fatto che ogni tanto avrei parlato de “I Promessi Sposi”, è arrivato quindi il momento di dedicare loro un articolo, l’argomento di cui vorrei parlare riguarda le biblioteche presenti nel romanzo, ce ne sono due come vedremo (in realtà tre, se vogliamo includere lo studio di Azzecca-Garbugli), all’apparenza identiche ma in realtà estremamente diverse l’una dall’altra.
Sono sempre rimasto affascinato dalle biblioteche, luoghi pieni di meraviglie, anche nascoste, ma non troppo se hai occhio e pazienza per cercare.
Ricordo da piccolo alla scuola media, la prima volta che entrai nella biblioteca scolastica, ebbi l’impressione di entrare in una cattedrale, tanto mi parevano immensi e alti quelli scaffali pieni di libri, che emozione, ancora oggi me la ricordo bene perché non mi ha mai abbandonato da allora.
Ogni volta che entro in una biblioteca, una libreria o qualunque posto dove ci sono tanti libri, la provo nuovamente, ho sempre avuto il sogno di possedere tanti libri, posizionati su scaffali che si perdono all’orizzonte, dando l’impressione di un posto infinito pieno di conoscenza e avventure.
Possedere una biblioteca non è un sogno facile da realizzare, mi sono adattato riempiendo la casa di libri di vario genere, fra poco credo dovrò utilizzarli anche come letto, ma questa è un’altra storia, leggerli tutti ovviamente è un’impresa, da qualche parte dobbiamo pur cominciare.
Alcuni dicono che non ha senso comprarli se non li leggi, però come si può smettere di comprare libri, cartacei se possibile, digitali se non c’è altra scelta.
Ultimamente, proprio per il problema di spazio di cui sopra, ho iniziato a prenderli in quest’ultimo formato, soprattutto romanzi (li leggo più agevolmente), prediligendo in edizione cartacea libri da consultazione di argomenti vari. Non disdegno comunque di avere entrambe le copie se un’opera mi colpisce particolarmente.
Come dicevo nell’introduzione, le biblioteche in questione sono due, le citerò in ordine di apparizione, quella di Federigo Borromeo (Cap. XXII) e quella di Don Ferrante (Cap. XXVII).

I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII – da Wikimedia Commons
Fra i tanti pregi del Cardinale, Manzoni ci racconta che egli mise in piedi una biblioteca (la biblioteca Ambrosiana, esistente ancora oggi, inaugurata l’8 dicembre 1609) a spese proprie, fornita di tutti i testi ritenuti meritevoli e validi, con attenzione alle nuove uscite affinché fosse sempre aggiornata.
“…se non fosse in piedi questa biblioteca ambrosiana, che Federigo ideò con sì animosa lautezza, ed eresse, con tanto dispendio, da’ fondamenti; per fornir la quale di libri e di manoscritti, oltre il dono de’ già raccolti con grande studio e spesa da lui…”
Allo scopo aveva una squadra di studiosi, da lui stipendiati, che si occupava di ricerche e di reperire tali volumi.
“Prescrisse al bibliotecario che mantenesse commercio con gli uomini più dotti d’Europa, per aver da loro notizie dello stato delle scienze, e avviso de’ libri migliori che venissero fuori in ogni genere, e farne acquisto; gli prescrisse d’indicare agli studiosi i libri che non conoscessero, e potesser loro esser utili; ordinò che a tutti, fossero cittadini o forestieri, si desse comodità e tempo di servirsene, secondo il bisogno.”
La citazione sopra ci informa anche di un particolare rivoluzionario per l’epoca, la biblioteca permetteva al pubblico di consultare e studiare i volumi in essa contenuti, era quindi anche un modo per veicolare la conoscenza che era a disposizione di chi ne facesse richiesta.

I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII – da Wikimedia Commons
Di diversa natura era quella di Don Ferrante, fra i suoi amici era considerato uno studioso e grande esperto, ma di cosa?
“Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato.”
Da quanto leggiamo sopra sembrerebbe che il nostro Don Ferrante, al pari del Cardinale, fosse un collezionista di opere di livello e che la sua biblioteca fosse al pari dell’altra in quanto a potenziale di conoscenza e divulgazione.
Le presunte somiglianze si fermano qui, Don Ferrante si interessava di Astrologia (non Astronomia eh…), di animali fantastici (che però per lui erano reali), magia e stregoneria e soprattutto della sua “scienza” preferita, quella cavalleresca.
“…spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave;”
Non disdegnava neanche storia e politica, argomenti più “reali”, pur non sbilanciandosi mai troppo da una parte o dall’altra, in questo somiglia molto a Don Abbondio.
Se fosse vissuto ai nostri tempi avrei potuto definirlo un “nerd”, lo vedrei bene a fare qualche gioco di ruolo, qualcuno potrebbe osservare che si sarebbe preso un po’ troppo sul serio visto che credeva davvero a certe cose, in realtà vi assicuro che qualcuno lo fa ancora oggi, non lo dico con critica, è un dato di fatto, se non siete appassionati non potete capire, dovete fidarvi di quello che vi dico.
Tornando ai tempi del romanzo, era il tipico erudito del 600 che Manzoni critica aspramente, con vaste conoscenze di argomenti vari, ma senza la capacità di mettere insieme le cose e cavarne qualcosa di veramente concreto, conoscenza fine a sé stessa senza altro scopo se non l’ostentazione di essa.
La dimostrazione la vediamo proprio nella sorte di Don Ferrante, che qualche volta prendiamo atto, cerca anche di applicare quello che sa, in modo tuttavia sbagliato, negherà la peste fino alla fine e sia lui che la sua libreria finiranno nel dimenticatoio.
“His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.”
In conclusione, quindi, da una parte abbiamo la biblioteca Ambrosiana, esistente ancora oggi, embrione del tipo di biblioteca aperta al pubblico, veicolo di divulgazione per tutti, dall’altra quella di Don Ferrante, ad uso esclusivo di una sola persona, finita nelle bancarelle di robivecchi dopo la sua morte.
Questa citazione mi fa tornare alla mente la domanda che il compianto Romano Luperini mi fece all’esame di letteratura italiana (ormai qualche annetto fa), a conclusione di un esame che non fu un esame, ma una conversazione piacevole fra appassionati, uno dei quali, se non fosse riconosciuto universalmente che i Promessi Sposi fu scritto da Alessandro Manzoni, per me poteva benissimo esserne l’autore, tanto era vasta la sua passione e conoscenza di tale opera.
La sua domanda:
“Che differenza c’è fra la conoscenza di Borromeo e quella di Don Ferrante?”
La mia risposta:
“Quella del Cardinale è rimasta a disposizione di tutti, quella di Don Ferrante è finita sparsa fra i muretti”
Non ci fu bisogno di ulteriori approfondimenti, era chiaro quale fosse il significato sia della domanda che della risposta, non credo dimenticherò mai quell’episodio, il quale ha sancito definitivamente la mia passione per questo romanzo che mi ha anche portato qui dove sono adesso, a cercare di trasmettere agli altri queste mie emozioni.
Conoscenza vera e concreta quindi contro semplice erudizione vuota e fine a sé stessa, un argomento che ho sempre sentito come caro, non mi sono mai ritenuto uno studioso, un esperto di chissà cosa, ma un semplice appassionato.
Ogni volta che esprimo un concetto o parlo di qualcosa, cerco sempre di essere informato a sufficienza, nella speranza di poter dare un contributo concreto e non semplicemente ripetere come un pappagallo qualcosa che ho letto o sentito da altri.


Le citazioni provengono da: I promessi sposi di Alessandro Manzoni a cura di Angelo Marchese – Arnoldo Mondadori Scuola 1985.
