Negli ultimi anni, con l’avvento di internet e della possibilità di pubblicare in autonomia, a basso costo, anche in cartaceo, i propri lavori, molte persone si sono improvvisate scrittori (così come registi, critici e esperti di qualsiasi argomento, ecc.).
Questo ha provocato uno tsunami di prodotti scritti di ogni tipo. Se da una parte ha dato possibilità a scrittori emergenti, che magari non avrebbero potuto farsi conoscere con i vecchi metodi editoriali, di avere il successo che meritavano, dall’altra abbiamo una quantità astronomica di spazzatura “letteraria” spacciata per romanzi, saghe e quanto altro.
Non è mia intenzione citare nessuno in particolare, dopotutto sono cose soggettive, ma se siete lettori appassionati, qualunque sia il vostro genere preferito, sapete bene cosa intendo dire.
La premessa serviva come incipit per l’argomento di questo articolo.
Fra le persone di cui parlavo prima, inserisco anche il sottoscritto, mi piace scrivere, bene o male non saprei, posso dirvi però che cerco di impegnarmi e migliorare sempre.
Prima o poi, un appassionato lettore, avrà sempre il desiderio nascosto di scrivere un libro, anche a me è successo, non mi sono mai deciso e forse non lo farò mai, mi trovo molto bene però a scrivere questi articoli, è già una cosa soddisfacente.
Tornando al libro di cui sopra, in realtà qualche anno fa qualcosa avevo scritto, un breve prologo per un’ambientazione da gioco di ruolo/romanzo/saga/altro che avevo chiamato “Il Mondo di Caledorn”.
Sulla scia di tutti gli altri scrittori (o presunti tali), voglio quindi dare il mio modesto contributo allo tsunami letterario, condividendo con voi la revisione più recente del prologo.
L’ho fatto leggere tempo fa ad alcuni cari amici, mi hanno suggerito di inserire dei dialoghi, ci ho provato sinceramente; tuttavia, mi sono reso conto di non essere in grado di farlo in maniera da rendere la storia scorrevole o quantomeno decente. Al momento mi sono quindi arreso e l’ho lasciato così, mi auguro che comunque sia una lettura piacevole.
Ho pensato anche di aggiungere delle immagini originali, non avendo doti artistiche, dovrò farmi eventualmente aiutare da alcuni amici più talentuosi di me in questo campo.
In fondo troverete una mappa che ho realizzato anni fa (quando ancora non esisteva l’IA) utilizzando un editor per giochi di ruolo che si chiama “Inkarnate”.
Il Mondo di Caledorn – Prologo
Guardò con perversa soddisfazione il corpo senza vita giacere nel vicolo, il sangue bagnava il ciottolato illuminato lievemente dalla luce della luna, esplose di rabbia quando si accorse che non aveva niente nelle tasche, solamente un tozzo di pane raffermo, un magro bottino in cambio della sua misera esistenza.
Un rumore di passi sferraglianti lo distolse dai suoi pensieri, sicuramente le guardie cittadine della ronda notturna, di male in peggio, l’unica via di fuga era l’uscita opposta del vicolo e prese a correre in quella direzione, improvvisamente il suono di un corno ruppe il silenzio della notte, le guardie avevano trovato il corpo, altri rumori di passi sferraglianti si unirono a quelli di abitanti curiosi risvegliati dal suono dell’allarme.
Preso in trappola cercò una via di fuga alternativa, l’unica sembrava essere lo scarico delle acque piovane che consisteva in uno stretto passaggio fra due edifici e sbucava nel canale che circondava la città.
L’acqua del canale era fredda, il cappio del boia, tuttavia, lo sarebbe stato di più, una volta uscito fuori si allontanò velocemente, dietro di sé udiva ancora i rumori della città, ormai sveglia, che lo cercava ovunque.
Maledicendo sé stesso e quel suo ambiguo amico che lo aveva convinto a venire in questa città piena di ricchezze, così diceva, vide in lontananza, oltre i campi coltivati, una densa foresta che danzava dolcemente nella brezza notturna. Lungo il bordo correva placido un largo fiume, sembrava il luogo perfetto dove nascondersi. Sorridendo, pensando agli sforzi vani delle guardie che lo stavano cercando, si avviò furtivo attraverso i campi.
La foresta era davvero fitta come appariva, l’unico modo per attraversare il fiume sembrava essere un ponte su una strada che si inoltrava al suo interno, veniva dalla città che aveva appena lasciato. Vi erano torce su pali che illuminavano la via ad intervalli regolari ma terminavano all’ingresso della foresta.
Intorno non si vedeva nessuno, decise allora di superare velocemente il ponte, si fermò un attimo a contemplare quegli alberi enormi che formavano un nero tunnel. Con una certa soggezione, pur non essendo facilmente impressionabile, cominciò a camminare lungo uno dei bordi della strada inoltrandosi nella foresta.
Dopo pochi passi, mentre cercava di abituarsi al buio che lo circondava, sopra la sua testa si accese di colpo una luce color rosso sangue illuminando la strada per qualche metro intorno a lui. Preso di sorpresa, si gettò a terra dietro l’albero più vicino, pensando che qualcuno avesse acceso una torcia, non c’era nessuno, la luce proveniva da un globo rosso appeso al tronco di un albero. Guardando meglio, si rese conto che non era appeso, ma era parte dell’albero stesso, mentre lo osservava, si accese un secondo globo più avanti e un altro ancora dietro.
Pur non conoscendo la natura delle strane luci, proseguì lungo il bordo della strada con queste che continuavano ad accendersi come se lo seguissero, una sopra, una dietro e una davanti.
Dopo aver camminato a lungo, gli parve di sentire un rumore secco e si voltò di scatto, per un attimo sembrò che un albero si fosse mosso nella sua direzione. Sicuramente era frutto della sua immaginazione, tuttavia, preso da una fretta improvvisa, iniziò a correre lungo la strada con i rumori che si facevano sempre più numerosi e vicini.
Corse e corse lungo la strada che non cambiava mai, sempre dritta e identica, accompagnato dalle luci rosse e dai rumori, finalmente, dopo tanto correre, in lontananza vide quella che sembrava una radura. Questa era illuminata dagli stessi globi che seguivano il suo cammino, emanavano però una bellissima luce verde brillante, una parte era coperta di ciottolato e su un lato si trovava un vecchio ma accogliente edificio. Poteva essere una taverna o una locanda, si capiva dall’insegna sulla porta anche se da quella distanza non si vedeva bene.
Ormai in preda al panico, corse il più velocemente possibile verso la radura e l’edificio, qualunque fosse la sua natura, perfino una prigione, qualunque cosa pur di uscire da quel posto spaventoso e non essere più solo con quelle luci spettrali. Mentre pensava questo, udì un rumore fortissimo come di un albero che cade e si voltò indietro…
Seduto fuori sotto il portico della taverna, l’oste stava bevendo un enorme boccale di birra fresca fumando la pipa, si voltò nella direzione del rumore e notò distrattamente un fruscio di fronde in lontananza. Le luci rosse si spensero di colpo e la strada divenne nuovamente buia.
L’ostessa, irritata perché non lo vedeva tornare, mandò uno degli inservienti a cercarlo mentre il cuoco con la sua lunga barba metteva in riga, con un diretto ben piazzato, un cliente troppo ubriaco e chiassoso.
L’oste tornò dentro bofonchiando, pronto alla sfuriata dell’ostessa che già lo attendeva con un enorme cucchiaio in mano che non presagiva nulla di buono, un sorriso tuttavia solcò il suo volto pensando a quanto aveva visto prima nella foresta.
Sulle mura di cinta esterne le guardie dalla cotta di maglia cremisi sbadigliavano stiracchiandosi nella mattinata fredda e uggiosa. Nella strada sottostante, un gruppo di cinque persone barcollanti si dirigeva verso l’ingresso principale per tornare a casa, risero vedendole, pensando che al prossimo giorno libero avrebbero fatto esattamente la stessa cosa, la birra della taverna era la migliore di tutto il regno.
Nella torre di guardia il sergente guardava con curiosità le liane che si arrampicavano fino all’interno della stanza, da una di esse pendeva un frutto rotondo grande quanto una mela, dal colore rosso sangue, lo colse con cura facendo attenzione a non romperlo, prese dallo scaffale vicino una piccola scatola di legno dorata e ve lo ripose delicatamente. Uscito dalla torre si diresse verso il laboratorio dell’alchimista chiedendosi, come ogni volta, a cosa servissero quegli strani frutti e la loro provenienza.
Il comandante guardò il sergente che passava con la piccola scatola attraverso la piazza d’armi, la frequenza dei frutti rossi stava aumentando in maniera preoccupante, per questo motivo era costretto a conferire con il consiglio degli anziani. La cosa non gli piaceva, non tanto per loro, che erano i saggi venerabili del regno, ma quanto perché avrebbe perso almeno tre o quattro giorni, di cui due solamente di viaggio per attraversare la montagna e la valle all’andata e al ritorno.
Vista la situazione non voleva lasciare il comando così a lungo, tuttavia non poteva fare altrimenti, doveva partecipare al consiglio di persona. Alla fine, avrebbero lasciato decidere a lui il da farsi, ma alcune tradizioni devono essere rispettate.
Con un lungo sospiro chiamò il suo attendente affinché preparasse il cavallo e il necessario per il viaggio, fece chiamare anche sua sorella, la strega, o come lei si definiva, l’esperta di magia, per affidarle come di consueto il comando provvisorio della città esterna. Peccato dover partire subito, avrebbe fatto volentieri una sosta alla taverna ma purtroppo non era di strada.

![Il mondo di Caledorn [0] – Prologo](https://www.donabbondio.eu/wp-content/uploads/2026/06/Caledorn.jpg)