Nell’immaginario letterario e mitologico sono spesso presenti boschi e fiumi, non solo come paesaggi naturali fini a sé stessi, ma come rappresentanti della natura selvaggia non ancora domata dall’uomo e che contro di esso lotta per il controllo del territorio.

Questi luoghi sono sovente abitati da creature fantastiche, oppure sono loro stessi delle creature, addirittura delle divinità.

Entrare in un bosco sconosciuto, specialmente di notte, è quasi sempre fonte di paure ancestrali, di cose non visibili ma che sappiamo essere lì ad attendere nell’ombra, animali feroci che vogliono divorarci, creature fatate pronte a rapirci per costringerci a vivere come schiavi nel loro mondo incantato.

Foresta di Fangorn negli Adirondacks – Stati Uniti – da Wikimedia Commons

Che cosa hanno in comune il racconto “I salici” (“The Willow” – 1907) di Algernon Henry Blackwood (14 marzo 1869 – 10 dicembre 1951), che H.P. Lovecraft definì il miglior racconto soprannaturale della letteratura inglese, e “I promessi sposi”?

Foto di Algernon Henry Blackwood – anteriore al 1916 – autore sconosciuto – da Wikimedia Commons
Copertina de “I salici” – di Algernon Blackwood, tradotto da Francesca Cavallucci – ABEditore – 2019

A prima vista niente, uno è un racconto del genere weird fiction/horror, l’altro è un romanzo storico/di formazione/filosofico/religioso.

A questo punto, anche solo per cortesia nei miei confronti, se non per vero interesse, i miei venticinque lettori saranno curiosi di sapere quale sia la risposta alla domanda di cui sopra anche se dalla premessa un’idea se la saranno già fatta.


Quando ho letto “The Willow”, su consiglio del mio caro amico H.P. Lovecraft, avevo già da tempo avuto il piacere di conoscere e leggere più volte “I promessi sposi”.

Le scene in notturna dei due protagonisti soli su questo isolotto nel mezzo ad un fiume (il Danubio) in piena, circondati da salici che urlano al vento, abbandonati in balia delle forze sia naturali che soprannaturali, mi trasmettevano il loro senso di impotenza di fronte a ciò che non vediamo o conosciamo e la consapevolezza di essere in un luogo che non ci appartiene e dove non siamo i benvenuti.

“…acri e acri di salici, che si ammassavano e crescevano fitti, pullulavano ovunque l’occhio potesse arrivare, pressavano il fiume come per soffocarlo, si ergevano in una folta schiera sotto il cielo per miglia e miglia, osservando, aspettando, ascoltando. E, quasi indipendenti dagli altri elementi, i salici erano intimamente connessi al mio malessere, insidiavano la mia mente in ragione della loro enorme quantità e riuscivano a imporsi all’immaginazione come un nuovo e vigoroso potere. Un potere, oltretutto, non amichevole nei nostri confronti.”

Algernon Blackwood in barca sul Danubio – 9 gennaio 1909 – tratto da Our Adventure with the Danube “River-Police” – da Wikimedia Commons

Quelle sensazioni mi hanno riportato alla mente il capitolo XVII dei promessi sposi, per la precisione la scena del bosco in cui Renzo si perde di notte, dove prova paura, spaesamento e un senso di inadeguatezza per il fatto di trovarsi in un luogo sconosciuto e pieno di cose che non riesce a distinguere, che non sono familiari.

Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l’annoiava l’ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d’odioso.

Renzo non vede il fiume (l’Adda) e quando lo trova è come se trovasse un amico, un fratello, colui che lo avrebbe salvato, per i due sull’isolotto invece il fiume è una presenza costante, terrificante, che non salva ma si unisce e contribuisce con tutto il resto alla loro consapevolezza di essere niente.

Renzo nel bosco trova l’Adda – di Francesco Gonin – dall’edizione del 1840 de I promessi sposi: storia milanese del secolo XVII – da Wikimedia Commons

Se quella di Blackwood è una storia angosciosa il cui messaggio finale è che siamo insignificanti di fronte a ciò che si annida fra i salici, nei promessi sposi la paura è scacciata dalla consapevolezza di poter espiare i propri peccati, dalla salvezza offerta dal perdono di Dio.

Nello stesso capitolo Renzo, infatti, esclamerà “La c’è la Provvidenza!”.

L’episodio del bosco mi ha sempre colpito perché, da avido lettore di fantasy, è la parte che più si avvicina al genere di tutto il romanzo, non credo che Manzoni intendesse risultare “fantasy”; tuttavia, l’immagine di Renzo al buio in questo luogo estraneo e pauroso potrebbe stare benissimo in una saga o un gioco di ruolo.


In copertina: Albero della pioggia sulle rive del fiume Mekong – Laos – da Wikimedia Commons

Bibliografia:

  • I salici di Algernoon Blackwood – Edizione Kindle
  • The Willow di Algernoon Blackwood – stampato da Amazon Italia
  •  I promessi sposi di Alessandro Manzoni a cura di Angelo Marchese – Arnoldo Mondadori Scuola 1985.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.